23 febbraio 2012
01:24
Accordo GM/Peugeot? Ai sacrifici fiscali occorre accompagnare ristrutturazioni industriali, anche in Germania. Merkel alla prova
Lascia o raddoppia? La notizia dell'accordo fra Peugeot e General Motors per sviluppare piattaforme produttive comuni è solo l'ultimo capitolo di una genesi europea da sempre difficile per il colosso americano. È sembrato più volte che Gm potesse abbandonare l'insanabile deludente avventura tedesca. Ma ora ci sorprende con un «raddoppio», con l'«ingresso» in un terzo Paese, la Francia, dopo i buchi neri di Opel in Germania e dopo il catastrofico matrimonio/divorzio con Fiat in Italia. Ma questi aspetti vengono dopo quello che dovrebbe essere il primo obiettivo che giustifica l'intesa di ieri: eliminare gli eccessi di capacità produttiva nel settore auto in Europa e mettere sia Berlino che Parigi davanti un'evidenza di cui si parla troppo poco: i sacrifici fiscali, le ristrutturazioni da crisi finanziaria e di debito sovrano dovranno essere accompagnate da una radicale ristrutturazione industriale.
La realtà delle cose – una realtà che politici e sindacati non vogliono contemplare - è che il settore auto europeo ha un forte eccesso di capacità produttiva. La Opel deve chiudere due impianti per tornare efficente. Lo stesso vale per la Peugeot. Ma la signora Merkel, pronta a imporre tagli fiscali, recessioni e aumenti della disoccupazione, resiste ogni conflitto di relazioni industriali quando si tratta di chiudere impianti in Germania.
Quest'accordo franco-americano, in superficie è limitato a co-produzioni, non prevede scambi azionari e sembra voler rassicurare le parti sociali. In realtà avrà una sua ragione di essere solo se diventerà l'avamposto del processo di ristrutturazione. Gli elementi che ci fanno sospettare che dietro quest'accordo ci sia qualcosa di più di un semplice accordo industriale, non sta solo nella decisione di usare piattaforme comuni, quanto piuttosto nell'arrivo di uomini che sul piano simbolico dicono all'Europa: «Noi in America abbiamo chiuso impianti, recuperato produttività e raggiunto un equilibro di capacità di output sano. Abbiamo lavorato a questo negli ultimi tre anni con aiuti dello stato, con l'impegno sindacale e con la scure dei manager. E voi? Cosa aspettate?». Questi uomini si chiamano Stephen Grisky, vice chairman di Gm, chiamato da poco a mettere ordine alla Opel e Bob King, il presidente della Uaw, il sindacato americano dell'auto nominato dalla Gm nel consiglio d'onore della Opel. La missione del primo sarà quella di razionalizzare, quella del secondo di convincere i metalmeccanici tedeschi che è giunto il momento di fare come i fratelli americani: accettare la chiusura di impianti. Scenario plausibile con elezioni tedesche alle porte? Forse non nel breve medio termine. Ma intanto si sono gettate le basi, gli accordi di ieri avranno bisogno di tempo per essere realizzati, consentiranno al capo azienda di Peugeot, Lavrin, di gettare un po' di fumo engli occhi della proprietà. Ma poi si dovrà passare all'azione, altrimenti il «raddoppio» non ci sarà, i buchi neri diventeranno insostenibili, gli accordi di ieri saranno relegati alla «cosmesi», gli investitori che hanno mosso al rialzo del 13% il titolo Peugeot torneranno a leccarsi le ferite e l'Europa continuerà ad essere incapace di adeguarsi alle sfide produttive contemporanee.
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