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Il blog di Mario Platero

07 gennaio 2012
08:24

Il "cultural divide" Transatlantico (anzi, con la Germania)

Se c'è un "cultural divide" transatlantico, ieri si è visto con chiarezza a Chicago, dove il grande circo degli economisti americani e mondiali si è dato appuntamento per la tradizionale riunione annuale. L'America cresce e produce occupazione, ha tassi di interesse bassi e gode finalmente delle misure di stimolo. L'Europa è ferma, anzi è in una spirale negativa che minaccia di minare alla base i progressi americani. Su tutto, ieri all'apertura dei lavori, ha dominato questa dicotomia. Da una parte il buon dato sull'occupazione americana e i seganli relativamente rassicuranti che giungono dall'economia Usa. Dall'altra le notizie catastrofiche in arrivo dall'Europa. Da una parte si è preso atto che il modello flessibile americano ha dato finalmente i suoi risultati. Dall'altra, anche in un contesto storico, si è preso atto della prepotenza autodistruttiva tedesca: «Non è da oggi che la Germania detta legge, già nel '92 ha finanziato l'unificazione sulle spalle degli altri Paesi europei. Oggi continua a dettar legge e a sbagliare», dice Dominick Salvatore, preside della facoltà di Economia della Fordham University.
La voce più autorevole ascoltata ieri è comunque quella di Olivier Blanchard, il capo economista dell'Fmi. Si dice d'accordo con le posizioni di Markus Brunnermeier, economista tedesco che insegna a Princeton, allievo del capo della Fed Ben Bernanke. Brunnermeier parla prima di lui, suggerisce di creare un eurobond a due velocità, uno meno rischioso e dunque meno redditizio e l'altro più rischioso. L'obiettivo dovrebbe essere quello di coprire fino al 60% del debito oggi in circolazione per poter dare una stabilità adeguata al mercato. Blanchard dice: «Mi trovo d'accordo. Del resto applicare misure troppo restrittive può essere controproducente». Blanchard ha poi aggiunto che l'haircut sul debito greco dovrà probabilmente essere più alto di quanto finora ipotizzato e che l'Europa sta entrando in recessione.
Al suo fianco, un falco di visione opposta, Axel Weber, ex numero uno della Bundesbank. Il fondo non si potrà fare perché trasferisce il rischio sul contribuente. Tedesco intende. Ma non dice che oggi il benessere del contribuente tedesco si traduce in malessere dei contribuenti di quasi tutti gli altri Paesi europei. Weber, che insegna a Chicago, è duro, aggressivo, lucido, parte dalla crisi di Lehman Brothers per arrivare ai giorni nostri e invoca un nuovo ordine europeo: «Washington interviene normalmente sulla California per aiutare a sopperire alla mancanza di cassa per sussidi alla disoccupazione. In Europa no. Dobbiamo rivedere le regole istituzionali e muoverci nella direzione di un'unione politica molto più forte».
Un'unione dal volto tedesco, ossessionata dall'inflazione? No grazie. Carmen Reinhart, autorevole specialista americana sul debito sovrano, alza il sopracciglio. «Quanto ci vorrà per realizzare le riforme? Quanto ci vorrà perché una volta applicate diano i risultati? Due anni, tre anni? Qui la sfida è a breve». Per Reinhart la Bce dovrebbe essere molto più aggressiva nei confronti del mercato. Cavalcare l'onda degli operatori, ora rialzisti ora ribassisti e domarli. Come ha fatto la Fed. Ma la resistenza tedesca a voler mettere l'inflazione davanti alla crescita non può essere ignorata: «Realisticamente? Non ci sarà un annuncio formale ma si faranno interventi lo stesso, per salvare la faccia ai tedeschi». Prevede anche che almeno tre Paesi saranno

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