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Il blog di Mario Platero

29 luglio 2015
09:10

Obama contro ISIS in Asia e in Africa, accetta che la Turchia attacchi il PKK dei curdi, considerato anch'esso " movimento terrorista"

Di Mario Platero

Di Mario Platero

(dal nostro corrispondente)

NEW YORK – Barack Obama ha aperto negli ultimi giorni un aggressivo doppio fronte antiterrorismo: il primo in Asia, con la questione siriana e il problema Isis al centro di una partita che include un ruolo forte – e controverso - per l’alleato Nato Turco; il secondo in Africa contro un nemico che appartiene alla stessa matrice, l’estremismo islamico, ma e’ piu’ sfuggente, fatto da Boka Haram, Al Qaeda, al Shabaab e dallo stesso Isis, ciascun gruppo in grado di colpire con attacchi fantasma come abbiamo visto ad esempio con gli attacchi a Nairobi.

L’azione di Obama e’ stata simultanea. Da una parte l’accordo con la Turchia, pragmatico e secondo alcuni spregiudicato, per l’utilizzo di due basi aeree chiave, Incirlik e Diyarbakir. Dall’altra un discoroso ieri a Addis Abeba all’Unione Africana “oggi parlo a un miliardo di africani”, ha detto, un discorso in cui ha promesso sviluppo economico ma ha anche chiesto di rafforzare le forze pan africane contro il terrorismo di matrice islamica che ha ormai penetrato in modo pericoloso e drammatico il continente africano.

Sul piano operativo e politico l’accordo con la Turchia e’ il piu’ importante. Le due basi da cui partiranno cacciabombardieri americani consentiranno di chiudere l’accerchiamento della Siria e dell’Isis da nord. Le basi turche sono chiave per la lotta contro Isis e per garantire che quel corridoio di 60 miglia ai confini fra Siria e Turchia, sia “libero” da terroristi islamici. Sono basi che si aggiungono a quelle in Irak, Dohuk e Irbil a Est, Ain al Asad e Habbaniya a Sud Est, Muwaffaq Salti in Giordania a Sud Ovest. Una manovra a tenaglia dunque per debellare Isis o quanto meno contenerlo.

Il pragmatismo che ormai siamo abituati a riconoscere in certe situazioni in Barack Obama accetta come contropartita che la Turchia attacchi nell’Irak del nord anche postazioni del PKK, il movimento armato per l’indipendenza del Kurdistan considerato da Ankara “pericoloso quanto Isis dal punto di vista terroristico” come ha detto ieri il Presidente turco Erdogan. La Turchia giustifica gli attacchi accusando il PKK di violenza contro le forze di polizia di Suruc, un piccola citta’ a cavallo del confine, dove Isis ha ucciso a sua volta un poliziotto in un attacco terroristico. Sempre ieri il Presidente Erdogan ha annunciato la fine di un processo di pace che dura da due anni con il PKK. E un alto funzionario dell’amministrazione americana ha confermato al New York Times che il PKK avrebbe avuto responsabilita’, si sarebbe resto colpevole di atti di violenza nei confronti della Turchia che avrebbe a sua volta risposto all’interno di parametri accettabili. Da Washington dunque c’e’ luce verde per gli attacchi contro il PKK. Ma la questione e’ piu’ complicata per le molte anime del popolo curdo, quella irachena, quella siriana e appunto quella turca. E per una delicata situazione di politica interna in Turchia.

I curdi siriani hanno attaccato con successo Isis e hanno agito di concerto con gli Stati Uniti. Proprio per questo e per il successo dei curdi siriani contro ISIS, la Turchia ha promesso che non avrebbe attaccato i curdi siriani, ma solo le fazioni piu’ aggressive del PKK. Finora pero’ ci sono stati oltre 185 missioni aeree turche contro 400 obiettivi curdi del PKK soprattutto in Irak e soltanto alcuni missioni contro Isis in Siria. L’Irak ha protestato con veemenza accusando la Turchia di aver violato il proprio territorio. E gli Stati Uniti ammettono che le forze curde in Siria, il cui obiettivo e’ quello di conquistare territorio in questo stato gia’ devastato da una guerra civile, hanno raffreddato i contatti con gli USA in reazione agli attacchi turchi contro i loro fratelli in Irak.

Obama dunque deve far quadrare il cerchio: accettare le azioni turche contro le fazioni “terroristiche” del popolo curdo, preservare l’azione dei curdi siriani e convincere la Turchia ad attaccare con maggior veemenza rispetto a quella dimostrata finora Isis. Ma Erdogan ha anche un obiettivo di politica interna, il partito di opposizione HDP formato in maggioranza da curdi ha conquistato il 13% del voto e ha messo in minoranza in Parlamento il suo governo. Erdogan ha chiesto che parlamentari curdi appena eletti, sospettati di avere rapporti con il PKK, siano privati del loro diritto di immunita’ se vengono riconosciuti colpevoli di cospirazione contro lo stato turco. L’obiettivo e’ quello di screditare il partito HDP di modo che alle prossime elezioni speciali non superi il 10% del voto.

Erdogan ha gia’ incassato l’approvazione della Nato oltre che quella americana per le sue azioni contro il PKK, ma ora e’ giunto il momento che scateni una offensiva colossale contro Isis se non vorra’ perdere in tempi rapidi il consenso degli Stati Uniti e della Nato.

Se l’accordo con la Turchia riguarda la partita siriana in Asia, ieri nel suo intervento all’Unione Africana, al fianco di Nkosozana Dlamini Zuma, la Presidente dell’Unione, Obama si e’ rivolto al “miliardo di africani” promettendo loro sviluppo, democrazia rispetto dei diritti civili parlando, come ha detto, da “figlio di un africano e dell’Africa”. Il Presidente americano ha anche raccontato di aver passato del tempo con i suoi parenti nel villaggio dei suoi avi e di aver appreso storie del suo passato. indubbiamente un momento di grande emozione al quale la platea ha reagito con un forte applauso. Inoltre, l’avere una donna al suo fianco in rappresentanza dell’Africa non poteva essere sul piano simbolico un messaggio piu’ credibile per l’emancipazione femminile che il Presidente americano ha auspicato in ogni tappa di questo suo viaggio africano.

Ma seppure al centro del discorso ci fossero molte promesse economiche e sociali, la parte politica piu’ importante ha di nuovo riguardato la guerra contro il terrorismo di matrice estremista islamica. Obama, parlando a Mandela Hall del palazzo che ospita la UA ha promesso aiuti sia militari che di intelligence, ma ha chiesto all’Unione Africana e alla Signora Zuma, creciuta nella lotta politica al fianco di Nelson Mandela, di “rafforzare le forze militari pan africane per debellare i gruppi terroristici che cercano di conquistare territorio, soggiogare popolazioni e villaggi e spezzare quei confini che rappresentano la legalita’.

La doppia azione in Asia e in Africa con messaggi e azioni molto precise per alzare il tiro della guerra al terrore ha un obiettivo dichiarato, ossessivo per Barack Obama, che non riguarda soltanto la sicurezza, ma che vuole piuttosto recuperare quella parvenza di ordine internazionale che abbiamo perduto nei territorio dilaniati dal terrorismo di criminali estremisti sia in Asia che in Africa. Un obiettivo che si propone di preservare per quanto possibile i confini legittimi e l'unita' nazionale ad esempio per Siria, Irak, ma anche per lo Yemen e per paesi africani a rischio.

Obama ha davanti a se 18 mesi per raggiungere il suo obiettivo. Non e’ molto. Ma certamente vorra’ evitare che la Siria finisca in spezzatino come sta finendo la Libia spartita fra gruppi di diverse provenienze etniche e religiose. Il problema? La Siria e’ gia’ uno spezzatino. E i bombardamenti aerei coadiuvati dagli attacchi dei droni hanno dimostrato di poter raggiungere l’obiettivo solo fino a un certo punto. Ci vogliono e ci vorranno forze di terra per sconfiggere Isis. La Turchia e’ pronta a schierare le truppe “turcomanne”. Ma si parla di poca cosa. Di sicuro Obama torna dall’Africa con una escalation in corso e con il tentativo di una prova di forza americana ormai dovuta da tempo.

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