24 gennaio 2013
10:31
Parlamento, posticipata scadenza tetto sul debito. L'America non fallira' e Obama segna un punto. Ora parte la vera battaglia su tagli alla spesa e al disavanzo.
Mario Platero
NEW YORK. Dal nostro corrispondente
Barack Obama ha ottenuto ieri quel che voleva: i repubblicani hanno rinunciato a usare la scadenza del tetto sul debito di 16.394 miliardi di dollari (pari al 103,6% del Pil) come arma di ricatto per ottenere tagli alla spesa e hanno portato al voto una proposta per posticipare di tre mesi la scadenza di fine febbraio. Il testo è passato agevolmente, con una maggioranza di 285 voti a favore contro 144 contrari. Non tutti i problemi sono però archiviati. Se non ci sarà più il pericolo di una bancarotta per gli Stati Uniti, resta ora il difficile negoziato per ridurre il disavanzo pubblico, tagliare la spesa o, come chiede Obama, combinare i tagli con altri aumenti delle tasse. Senza un accordo entro il 3 marzo il rischio è quello di vedere applicati tagli automatici alla spesa per 1.200 miliardi in dieci anni che affosseranno la debole crescita americana, stimata ieri al 2% per il 2013 dall'Fmi. Potrebbero esserci margini per ritardare l'avvio dei tagli, ma si tratterà di poche settimane.E difatti l'unico elemento di novità è stato introdotto da John Boehner, il presidente della Camera: ha ottenuto che se entro il 15 aprile non vi sarà un accordo in Congresso per ridurre la spesa e il disavanzo pubblico, i parlamentari avranno lo stipendio congelato. «Niente bilancio, niente paga» ha detto Boehner.
Uno degli elementi interessanti del voto di ieri dal punto di vista politico è che la proposta è passata grazie alla stessa coalizione bipartisan che favorì il compromesso di fine anno per evitare il fiscal cliff: 33 irriducibili repubblicani hanno votato contro ma 86 democratici hanno votato a favore. Il passaggio al Senato è considerato una formalità. Un segno di maturità politica? Forse. Per la seconda volta si registra una maggioranza bipartisan alla Camera, una "working majority" come si dice in gergo, che potrebbe risolvere altre situazioni di stallo per Obama.
Ma questo non significa che la battaglia per cosa e come tagliare sarà facile. Anzi, sarà una vera partita all'arma bianca da qui ai prossimi due mesi. E l'oggetto del contendere è già chiaro. Il presidente ha chiarito nel suo discorso inaugurale che non cederà su alcuni punti per lui chiave che poggiano sui principi cari alla tradizione americana, principi di equità, uguaglianza e pari opportunità e ha chiesto nuovi aumenti di tasse attraverso una riscrittura del codice tributario e l'eliminazione di "inefficienze". Obama ha anche rilanciato la sua agenda progressista, alzando la posta per contenere i tagli alle spese sociali, in particolare al Medicare, le spese per l'assistenza agli anziani, e all'assistenza finanziaria per gli studenti, per proteggere «chi ha costruito questo Paese e chi dovrà continuare a costruirlo».
La risposta più decisa su questo punto l'ha data Paul Ryan, il presidente della Commissione Bilancio, l'ex compagno di corsa di Mitt Romney: «I democratici hanno già avuto i loro aumenti delle tasse – ha detto Ryan riferendosi all'incremento delle aliquote approvato il 31 dicembre – ora dobbiamo pensare alle spese, dobbiamo avere un anticipo per la riduzione del debito». L'unico modo possibile, secondo Ryan, sarà «tagliare le spese sociali, quelle che incidono nel lungo termine sul disavanzo del nostro bilancio…introdurre nuove tasse sarà solo un palliativo a breve». Ryan ha anche parlato di «aspettative realistiche» e ha riconosciuto che il risultato elettorale di novembre ha penalizzato i repubblicani. Diventa dunque lui l'ago della bilancia, il mediatore che mancava fra Boehner e Eric Cantor il capo della maggioranza alla Camera. Per Ryan si tratta di una partita chiave, è chiaro che ha ambizioni presidenziali per il 2016 e un compromesso "equo", non potrà che favorirlo.
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